E le storie continuano…
Testo a cura di Donato Cappiello e Tommaso Corridore
Le storie che racconteremo in questa ultima parte sono memorie di due raponesi che nel tempo hanno anche ricoperto il ruolo di assessori: Donato Cappiello e Tommaso Corridore. Entrambi hanno deciso, in parte, di riportare in prima persona le fiabe così come le hanno ascoltate e, in parte, di raccontarcele essi stessi.
L’atmosfera era quasi sempre di festa quando si ammazzavano i maiali e, nonostante la stanchezza dovuta al duro lavoro dei campi, si era soliti riunirsi a ballare e far festa nelle case più disparate del paese e al ritorno, forse a causa del riflesso della luna sugli arbusti lungo i sentieri percorsi a piedi, e dei troppi bicchieri di vino bevuti, eccoti apparire ‘e Masciare, ‘u Lup Cumunal e ‘u Scazzamauriedd… .
Lup cumunal
Tornavo a casa, mio padre aveva chiuso la porta perché era tardi e con quella scusa me le avrebbe suonate di santa ragione, decisi così di andare a dormire da mia zia che mi ospitava sempre volentieri; in quel largo davanti la casa del dr. Patrissi c’era qualcosa per terra che sembrava un lenzuolo, forse caduto dalla corda dove era steso ad asciugare.
Girava stranamente su se stesso e girando si avvicinava verso di me (sotto il lenzuolo, si dice, che il lupo comunale nascondesse le proprie sembianze, ndr). Ho avuto paura e ho preso a correre, sperando che la zia non avesse chiuso a chiave il portone. Bastò una spinta ed entrai, chiusi col varrone e la bestia, beffata, si accanì contro la porta, graffiandola.
Mi feci coraggio e presi il fucile. Nel frattempo mia zia si era alzata e, capito tutto, mi intimò di fermarmi: ”Non figlij mij, doman s trov u mcirij! (No, figlio mio, domani troveremmo un omicidio!).
Scazzamauriedd
Ero sdraiato sulla branda, stavo fumando… è sicuro, non dormivo! La porta si spalancò, sull’uscio c’era un omino alto non più di un metro e venti, indossava una giacca doppiopetto marrone di velluto a coste larghe lunga fino alla coscia. Cercò di saltarmi addosso! Con una violenta reazione lo feci volare via e scomparve. Giuro, non dormivo. Strano è anche il fatto che il cane accucciato vicino a me, sempre attento e vigile, non sia intervenuto.
Masciare
Di Masciare a Rapone ce ne sono sette; donnine che nella vita di tutti i giorni sembrano persone normali, ma che nella notte tra sabato e domenica si spalmano con un particolare unguento che permette loro di passare sotto le porte e di volare. Centinaia sono i racconti che si possono ascoltare su di esse: dalla giumenta ritrovata la mattina con la criniera intrecciata in centinaia di treccioline perfette, al bimbo con la testa girata, a quella strega che non poteva morire se non passava le consegne (u pignatiedd) etc...
Dalle Masciare ci si poteva difendere in eterno con la cosiddetta ferratura. Quando il bimbo aveva pochi giorni di vita, si diceva che alla prima poppata bisognasse mettergli sotto la lingua poche briciole di limatura.
Vi erano, inoltre, diversi modi per scoprire chi fossero le Masciare del paese. Uno di questi consisteva nel mettere sotto al cappotto a ruota che si usava una volta tutto il materiale che occorreva alla mietitura: lo scaffudd, a vurredd, a vandier, la falce, r cannett, a vurredd. Ci si doveva poi fermare sull’uscio della chiesa e alla fine della messa della notte di Natale le Masciare sarebbero rimaste intrappolate. Allora, prendendo per i capelli l’intrappolatore, gli avrebbero chiesto cosa aveva in mano, e questi avrebbe dovuto rispondere “cor r cavadd” (coda di cavallo), altrimenti le Masciare sarebbero riuscite a liberarsi.
Per riuscire a scoprire, invece, quale Masciara avesse scagliato un maleficio (la fattura) a un proprio caro, bisognava mettere a bollire gli indumenti intimi indossati dal malcapitato al momento della fattura. Si era soliti usare la “pignat” che veniva messa sul fuoco fino alla bollitura; con l’evaporare dell’acqua la Masciara avrebbe faticato sempre di più a respirare e dopo un po’ si sarebbe precipitata a casa della persona “guastata” (così veniva chiamata la persona oggetto della fattura) e avrebbe chiesto cosa si stesse cuocendo, a quel punto “l’affatturato” (o chi per esso) avrebbe allontanato la pignatta dal fuoco per qualche istante e riavvicinandola al fuoco l’avrebbe obbligata a rimediare al danno fatto.